Lui è Giulio Maria, quello che nelle foto non fa mai niente,
l'anacronistico figlio di genitori anziani, il sociologo ricercatore
impegnato a interpretare i gesti di esultanza dei calciatori. Giulio
Maria vive in un paese del nord Italia artigiano, prosperoso e infine
omologato dal consumo. È il regno delle rotonde, degli ipermercati, dei
Suv e dell'anonimato sociale. Giulio Maria frequenta con assiduità
l'amico Ricky, squisito esemplare di sconsiderato ottimismo. Per Ricky,
il "piuttosto bene" è comunque e sempre l'alternativa realistica al
"piuttosto male". Giulio Maria vive con piena consapevolezza la propria
condizione di "spaesato". L'azienda paterna (un mobilificio artigianale)
è certamente garante di significati, giacché il legno, il suo colore,
il suo profumo, la sua varietà prodigiosa vanno insieme alla sapienza e
alla pazienza che lo modellano e lo consegnano all'evidenza del lavoro.
Ma quell'azienda ora è un orologio fermo, è un regno caduto sotto
incantesimo. Come uscire dall'immobilità della miseria del tempo
presente? Una sera un cinghiale viene trovato morto a una rotonda.
Giulio Maria è lì insieme ad altri curiosi a misurare (politicamente?
filosoficamente?) l'evento della bestia morta. È un'assemblea che mima
il dibattito ma non arriva ad alcuna riflessione rilevante. Tutti
parlano nell'egofono (altrimenti noto come smartphone), tutti
fotografano, tutti sembrano più piccoli di quella morte.