Cittadini nelle mani dello Stato. Morti. Torturati. Da anni i diritti
fondamentali dei carcerati sono calpestati. Ma la prigione non è sempre
esistita e non è detto che debba esistere per sempre. Si tratta di una
pena in buona parte fallimentare di cui oggi è realistico e saggio
prevedere l’abolizione. Non è una provocazione: un’importante ricerca
fatta in Italia conferma che gran parte degli ex detenuti sono destinati
a ritornare dietro le sbarre. Non solo. Le recenti condanne della
Corte europea dei diritti umani hanno messo in luce le pessime
condizioni delle carceri nel paese di Cesare Beccaria. La crisi
economica e la ridotta capacità di spesa pubblica hanno poi acutizzato
la cronica mancanza di risorse del sistema penitenziario, già di per sé
fondato sul regime della scarsità e della privazione. Il pensiero
comune in Italia vede il carcere come la soluzione, quando invece esso è
incapace di «tendere alla rieducazione» dei condannati e di evitare
«trattamenti contrari al senso di umanità», come invece richiede la
nostra Costituzione. E la Carta, del resto, parla di pene, non di
carcere, lasciando la porta aperta al suo superamento verso forme più
evolute di condanne. Il libro, partendo dalle esperienze italiane e
straniere che rendono credibile un mondo senza galere, propone soluzioni
e modelli alternativi possibili, che funzionano grazie anche
all’impegno di associazioni e volontari che da sempre credono in una
pena detentiva differente dal carcere, più umana e educativa. A questo
si aggiunge un decalogo in dieci punti che descrive la via per
l’abolizione.
